La carriera incompiuta di Carmelo Anthony

A cura di Claudio Limardi  NBA Stories

Carmelo Anthony ha definito offensiva la sua collocazione come 13° miglior giocatore della NBA da parte

melo della rivista di tendenza “Slam”. Ma è davvaero una collocazione offensiva? Probabilmente no, conosco molta gente che non metterebbe mai, adesso, Carmelo Anthony tra i primi 15 della Lega e forse non lo convocherebbe per un’All-Star Game. In realtà è un giocatore individualmente fantastico, supremo realizzatore e probabilmente in grado di vincere – come ha fatto a livello internazionale – nel contesto giusto. Ma a 32 anni di età, la carriera professionistica di Carmelo si sta avviando verso la fase discendente rimanendo una colossale opera incompiuta.

‘Melo ha vinto il titolo NCAA da MVP con Syracuse ed è entrato nella NBA nei draft del 2003. Era considerato il secondo miglior giocatore del draft dopo LeBron James, ma Detroit provò a inventarsi qualcosa di strano e scelse Darko Milicic al numero 2, un errore pacchiano. Così Carmelo andò al 3 a Denver (poi vennero chiamati Chris Bosh al 4 e Dwyane Wade al 5: i Superfriends di Miami furono tutti scelti nello stesso draft nelle prime cinque posizioni e avrebbero dovuto essere le prime quattro).
Qui apro una parentesi: Detroit scelse al 2 ereditando un diritto di scelta di Memphis. Avendo una squadra da titolo (l’avrebbe vinto nel 2004 tornando in Finale nel 2005), era preoccupata di non rompere una certa chimica di squdra e così finì per prendere un giocatore di grande potenziale, futuribile ma non necessariamente ingombrante nell’immeediato. Probabilmente se avesse scelto Anthony, Wade o Bosh avrebbe dovuto aggiustare la squadra e cedere un veterano. Chiaro eccesso di preoccupazione. Quello che Detroit non aveva era un giocatore di categoria superiore con il quale avrebbe potuto prolungare il ciclo e vincere molto di più. In tanti pensano che avrebbe dovuto scegliere Chris Bosh ipotizzandolo come sostituto di Ben Wallace o di Rasheed Wallace. Ma Carmelo avrebbe preso facilmente il posto di Tayshaun Prince e gradualmente diventare una star dei Pistons portandosi dietro gli altri veterani. Chiusa la parentesi.
Anthony ha giocato 13 stagioni nella NBA, ha giocato nove All-Star Game, è stato sette volte incluso nei quintetti ideali della stagione. Ha guadagnato 181 milioni di dollari di contratti NBA ma la cifra è destinata a salire oltre i 250 milioni alla fine del presente contratto con i Knicks. Potrebbe arrivare ai 300 milioni a fine carriera. Forse di più. Ha una media carriera di 24.1 punti per gara. E quanto valga veramente non lo abbiamo ancora capito. Di sicuro non ci sono elementi per ribattere a chi lo considera un giocatore individualmente forte – innegabile – ma perdente, egoista, neppure paragonabile ai giocatori cui vorrebbe essere paragonato.
In 13 stagioni, ha giocato 66 partite di playoffs appena (LeBron James ha giocato 199 partite di playoffs. Dwyane Wade 166). Non ha mai giocato una Finale NBA. Il suo massimo, le sue colonne d’Ercole sono la finale di conference giocata e persa con Denver. Oggi la sua collocazione storica è paragonabile a quella dei grandi realizzatori che non hanno mai giocato per traguardi importanti. George Gervin. Alex English. In parte Adrian Dantley. David Thompson. Inferiore a Reggie Miller ad esempio. E’ giusto?
Carmelo ha fatto scelte di carriera penalizzanti. Denver ai suoi tempi valeva la Cleveland di LeBron o la Miami di Wade. Ma Anthony, a differenza di LeBron, non ha resistito alle pressioni ambientali e firmato un contratto che nel 2010 non gli ha permesso di partecipare alla grande festa dei free-agent nella quale avrebbe potuto unirsi ai Superfriends oppure spaccarli in due. I Nuggets volevano Carmelo a lungo termine e lui era troppo preoccupato, allora ma forse anche oggi, di proteggere la propria immagine, rimanere leale. Ma non voleva farlo davvero e così ha percorso una strada ibrida. Non ha divorziato da Denver quando poteva, non ha sposato Denver perché non voleva.
Lui voleva New York. Motivi personali – la moglie lavora in televisione – e il fascino di sfondare a New York, che dopo tanti anni di mediocrità, con buona pace di chi ha rinunciato a provarci come LeBron James, collocherebbe in una dimensione diversa il grande protagonista di un’impresa. Così ha forzato lo scambio a New York commettendo il secondo errore.
Andare a New York aveva perfettamente senso in quel momento. La squadra aveva un look molto promettente, carica di giovani emergenti come all’epoca erano Danilo Gallinari, Wilson Chandler, Raymond Felton e Timofey Mozgov. In più c’era Amar’e Stoudemire: in quel momento era al top della Lega nel ruolo di ala forte ma per Mike D’Antoni poteva giocare centro con Carmelo da power forward. Carmelo avrebbe potuto far morire la stagione giocando per Denver e spostarsi a New York da free-agent nel 2011. New York poteva prenderlo e non avrebbe dovuto rinunciare a nulla. Il quintetto dei Knicks nel 2011/12 (quando sarebbero arrivati alla semifinale di conference) sarebbe stato: Raymond Felton (prima di andare a Denver nel 2010/11 aveva 17.1 punti e 9.0 assist di media per D’Antoni, Iman Shumpert, Danilo Gallinari, Carmelo Anthony, Amar’e Stoudemire con Mozgov da centro per spostare le due star conclamate nelle posizioni tradizionali e l’all-around Wilson Chandler da guardia difensiva, ala piccola, sesto uomo. Squadra da titolo? No, ma molto forte e con un manipolo di giovani spendibili sul mercato per arrivare magari a Chris Paul.
Invece Anthony volle andare a New York subito. Donnie Walsh, allora general mnager dei Knicks, era disposto a correre il rischio e non prenderlo. Così Mike D’Antoni. Ma i Knicks sono il giochino del proprietario James Dolan e Dolan temeva che Carmelo finisse ai Nets. Voleva una star, era impaziente e ordinò di scambiare subito per Carmelo. Sacrificando tutto quello che i Knicks non dovevano sacrificare per rimanere competitivi attorno a due star sul campo e sul mercato con asset spendibili. Il risultato è che Anthony si è trovato a vestire i panni di uomo-franchigia di una squadra irrilevante.

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