L’anima smarrita

Calma e gesso. Il day after della sanguinosa debacle di via Guasco, la terza nelle ultime quattro uscite casalinghe, in quella che è diventata proprio una cattiva abitudine dopo anni in cui il palato era diventato fino, impone profonde riflessioni in casa Grissin Bon ma senza lasciarsi prendere da facili catastrofismi. Il paziente sembrava guarito ed è invece ancora in lungodegenza. Ma c’è tempo per lavorare e non tutto è da buttare.

Innanzitutto partiamo da un dato di fatto: quella delle ultime settimane è la terza squadra che Menetti ha fra le mani in questa travagliata stagione in cui sembra proprio inevitabile passare fra gli alti e bassi di un ottovolante. La ricostruzione messa in atto per tamponare falle che oramai erano diventate voragini ha stravolto equilibri e certezze. E’ pertanto necessario dare tempo al tempo, perché meccanismi e nuovi assetti non sono automatici ed è obbligatorio rodare questo nuovo gruppo per riuscire ad arrivare, come tutti speriamo, alla quadratura del cerchio. E’ una sorta di nuova pre-season che ci si trova a dover disputare a stagione in corso, e non a caso l’entourage reggiano ha fissato un fitto calendario di amichevoli infrasettimanali per potere oliare a dovere gli ingranaggi.

Quello di domenica era, per lo più, forse il peggior avversario possibile da affrontare in questo delicato momento di transizione dai biancorossi, così come lo era stato Capo d’Orlando nei quarti di Coppa: due squadre non talentuose ma ben allenate, coriacee e tenaci. Nel cuore della partita, quando Trento ha eretto il suo bunker difensivo indirizzando in maniera decisiva l’esito della contesa, la compagine di Menetti ha viaggiato a meno di un punto al minuto di realizzazione e, soprattutto, è andata a sbattere sistematicamente contro la linea Maginot ospite, inventandosi solo soluzioni estemporanee e confusionarie che hanno apparecchiato la tavola per l’impresa dei trentini, facendo così cambiare volto ad un match che inizialmente sembrava ben incanalato. Qui emergono in maniera palese due problematiche distinte ma complementari che hanno causato il patatrac: la prima di ordine tecnico, ovvero la carenza di un regista offensivo, la seconda di ordine psicologico, cioè la mancanza di gerarchie condivise.

Sul primo aspetto l’involuzione di Needham delle ultime uscite ha accentuato un problema annoso, che sistematicamente riaffiora nelle ultime due stagioni: De Nicolao può garantire minuti da regista d’ordine, domenica è arrivato addirittura a quota 10 assist, dato rivelatosi tuttavia non sufficiente per dirigere a dovere e col necessario piglio l’orchestra. Insomma un aiuto in fase di costruzione di gioco al buon De Nick non guasterebbe. E questo non può arrivare dal rientrante Gentile, aspramente criticato per tutta la passata stagione proprio nel ruolo di playmaker puro e che ha invece poi saputo esprimersi al meglio nello spot di guardia in uscita dalla panchina.

Il secondo aspetto è invece ancor più delicato. La stagione è partita con la squadra in mano agli italiani (Aradori, Della Valle, Polonara e Cervi) e gli stranieri chiamati a far da complemento. Cammin facendo in diversi ruoli cardine del telaio biancorosso è stato acquistato un giocatore di impatto, stravolgendo tuttavia l’impostazione e l’idea iniziale. Tanto da non sapere più chi è ora il titolare e chi la riserva, così come da chi bisogna andare quando affiorano i momenti di difficoltà o nei possessi decisivi. Aradori o Della Valle o Kaukenas? Polonara o Williams? Cervi o Reynolds? E per completare il rebus quello che era stato il play titolare fino a poche domeniche fa è ora in completa assenza di fiducia ed il volante della monoposto è passato silenziosamente a colui che prima era il suo rincalzo. Quindi anche, De Nicolao o Needham? Insomma un cocktail esplosivo dove appare sempre più necessario guardarsi negli occhi fra le mura dello spogliatoio, mettere ordine, limare le spigolature e tracciare una soluzione condivisa che porti a remare tutti nella stessa direzione verso un obiettivo comune. Perché il finale di stagione è ancora tutto da giocare, le più accreditate rivali non viaggiano neppure loro col vento in poppa e le potenzialità nel roster ora ci sono tutte. Inoltre è proprio nei momenti di difficoltà che si plasmano i caratteri. Le ultime annate insegnano: sia Sassari sia Milano a febbraio erano solo lontane parenti delle squadre che in tarda primavera hanno poi cucito lo scudetto sul petto delle proprie canotte. Nulla è perduto quindi. Ma va ridisegnata la retta via e, soprattutto, questo gruppo deve ritrovare un’anima che, al momento, appare smarrita.

Ci auspichiamo che ieri si sia toccato il fondo, anzi ne vogliamo essere certi. Perché lo spirito con cui si è spenta la luce non è da Pallacanestro Reggiana. Ed è proprio da lì, toccando le dovute corde, che è necessario ripartire.

Precedente Il Tennesse lo stato della Musica Successivo Dirk la leggenda vivente dei Dallas Mavericks vola a quota 30.000 punti